La frase "se sei non sai, se sai non sei" presenta una tensione apparente tra l'essere e la conoscenza.
Tuttavia, come esploreremo, essa può essere intesa non come una contraddizione insormontabile, ma come un processo di evoluzione interiore in cui il sapere diventa un ponte per raggiungere un nuovo stadio dell'essere. Attraverso l'analisi di prospettive filosofiche e spirituali, scopriremo come il sapere, pur necessario, debba essere trascendente per ritrovare la purezza dell'essere.
Essere e conoscenza: la dualità iniziale
L'inizio della vita umana, come quello di un bambino, è spesso visto come uno stato di purezza e perfezione.
Nella tradizione cristiana, questa innocenza è espressa da Gesù nel Vangelo di Matteo:
“Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo 18:3)
Qui, la purezza del bambino è considerata un ideale da riconquistare.
Peraltro, nella stessa Bibbia, il concetto di conoscenza presenta alcune dualità, dense di significati, in quanto l'uomo che vi ambisca prevaricherebbe l'onniscenza di Dio.
In ogni caso, come riconosciuto, l'essere umano non può rimanere in uno stato di innocenza: l'acquisizione della conoscenza è inevitabile e necessaria. Platone, nel Mito della caverna, descrive la liberazione dall'ignoranza come un processo doloroso ma essenziale, attraverso cui l'anima si apre alla luce della verità.
“La vera conoscenza consiste nel contemplare l’Idea del Bene, che è la causa di ogni cosa buona e giusta” (Platone, Repubblica)
Quindi, il passaggio dall'essere all'acquisizione della conoscenza è una tappa obbligata nel cammino umano.
La conoscenza come fase di transizione
In molte tradizioni spirituali e filosofiche, la conoscenza è considerata un mezzo necessario per trascendere lo stato ordinario dell'essere e giungere a una comprensione più alta. Nella filosofia hegeliana, il processo dialettico prevede che l'individuo passi da uno stato di innocenza (tesi), attraverso la conoscenza e la coscienza di sé (antitesi), fino a una sintesi superiore che riconcilia l'essere con il sapere.
La prospettiva Zen: superare il dualismo tra essere e sapere
Lo Zen, una scuola del Buddhismo, offre una visione unica del rapporto tra l’essere e il sapere.
Nello Zen, il vero stato dell’essere si raggiunge non attraverso l’accumulo di conoscenza razionale, ma tramite l’esperienza diretta della realtà. Il concetto di satori, o risveglio, rappresenta quel momento in cui si trascende la mente razionale e si arriva a uno stato di consapevolezza pura. Il maestro D.T. Suzuki, noto per aver diffuso lo Zen in Occidente, scrive:
“Lo scopo dello Zen è tornare a uno stato di semplicità e immediatezza, ma ciò richiede di passare attraverso la conoscenza per liberarsene.” (D.T. Suzuki)
Nella pratica Zen, la vera conoscenza non si acquisisce attraverso lo studio o la riflessione, ma mediante la meditazione e l’esperienza diretta, che portano l’individuo a risvegliarsi alla realtà immediata dell’essere. Lo Zen insegna che la conoscenza intellettuale è necessaria come fase, ma per giungere alla vera essenza dell'essere, essa deve essere abbandonata.
Il concetto di "non-mente" (Mushin)
Un altro principio centrale nello Zen è quello di mushin, che si traduce come "senza mente". Questo stato mentale si raggiunge quando si è completamente liberi da pensieri, desideri o attaccamenti, e si vive in armonia con il momento presente. Mushin è una forma di realizzazione in cui l'individuo agisce spontaneamente, senza interferenze della mente razionale:
“Quando la mente non è né fissata né vaga, quando non si muove da un pensiero all'altro, allora puoi vedere chiaramente e agire liberamente.”
Nel contesto della frase "se sei non sai, se sai non sei", lo Zen ci insegna che il vero essere si realizza solo quando si lascia andare la conoscenza razionale e si accede a uno stato di consapevolezza pura, privo di divisioni tra l'essere e il sapere.
Conoscenza e trascendenza nel Sufismo
Una visione simile si trova nel Sufismo, la corrente mistica dell'Islam. I Sufi vedono il sapere come un passo essenziale verso la realizzazione dell'essere, ma non come l'ultimo stadio. Il grande mistico Rumi scrive:
“Il sapere è come un mare senza fondo. La meta ultima non è sapere di più, ma affondare nel mare dell'amore e della presenza divina.” (Rumi)
In questa prospettiva, la conoscenza intellettuale è necessaria per avvicinarsi a Dio, ma alla fine deve essere superata per giungere a un'unione totale con il divino, che è la vera realizzazione dell'essere.
Il ruolo della conoscenza nella biologia evolutiva
Anche la scienza, e in particolare la biologia evolutiva, suggerisce che l'acquisizione della conoscenza e la comprensione della nostra interconnessione con tutte le forme di vita può portare a un nuovo senso di riverenza per l'esistenza. Edward O. Wilson, nel suo concetto di biofilia, suggerisce che la nostra evoluzione ci ha dotato di un innato desiderio di connetterci con la natura e di riconoscere il valore della vita.
“La biofilia è la nostra tendenza innata a concentrarci sulla vita e sulle forme viventi, e a connetterci con esse emotivamente” (Edward O. Wilson, Biophilia) (fonte)
Conclusione: la sintesi di essere e sapere
In conclusione, la frase "se sei non sai, se sai non sei" può essere interpretata come un invito a riconoscere il valore della conoscenza, ma anche a trascenderla. La purezza dell'essere, simile a quella di un bambino, non può essere mantenuta senza passare attraverso la conoscenza, che rappresenta una tappa fondamentale nel percorso umano. Tuttavia, come suggerito da molte tradizioni spirituali e filosofiche, la conoscenza non è il fine ultimo, ma uno strumento per giungere a una forma più alta di essere, in cui si integra e si trascende il sapere.
La saggezza consiste nel riconoscere che il vero essere non si trova nella semplice ignoranza, né nella sola conoscenza, ma nella capacità di andare oltre, riconquistando una nuova purezza e una profonda comprensione della vita.
Non smetteremo di esplorare e la fine di tutto il nostro esplorare sarà arrivare dove siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta." (Eliot, Quattro quartetti, 1943)
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